Aridatece Bruno Vespa
Le Bolle di Ossigeno, la rubrica settimanale del direttore Paolo Cosseddu
L’ospitata di Giorgia Meloni nel podcast di Fedez, un colpaccio secondo gli esperti di comunicazione, sembra più l’ennesimo segno del decadimento del dibattito pubblico, nel corso di una campagna peraltro orrenda. Intanto, il contesto (il medium, direbbe McLuhan): il podcast è l’adattamento per il web di un formato che è nato prima, e al suo esterno. Nel caso di quelli audio ovviamente si tratta della radio, di cui però non ha la spontaneità tipica della diretta, mentre quelli video si rifanno invece alla tivù, il vecchio scatolone a cui ogni podcaster sogna di approdare perché è ancora lì che c’è il riconoscimento nazionalpopolare, e soprattutto il grano, finché dura. Poi viene il messaggio, in cui – fateci caso – manca (se non in tutti i podcast, di certo in quasi tutti, specie quelli più noti) un elemento fondamentale: il contraddittorio, che si deve esser perso nel trasferimento.
Sarà per questo che da qualche tempo i podcast sono diventati così popolari anche tra i Vip più insospettabili, perché sono poco impegnativi, si può dire qualsiasi cosa senza che l’interlocutore faccia una piega, si tratti di Joe Rogan o del nostro Gianluca Gazzoli. Questo spiega come sia possibile che ci vada gente del calibro di Leonardo Di Caprio o Paolo Sorrentino, che ci aspetteremmo di vedere in contesti un pochino più impegnativi, o altri divi e dive che hanno avuto il merito di comprenderne meccanismi e vantaggi prima di altri: subissati di richieste, immaginiamo, da parte di solerti addetti stampa che chiedono ai personaggi pubblici di diventare virali. Del resto, lo fanno anche con gli scrittori, e da un bel po’. E devono farseli piacere, pure: per non sembrare sorpassati, non possono nemmeno dire quel che pensano davvero, e cioè che questa roba è scadente e basta. Così si accomodano, con il sottinteso di un patto implicito: “Io vi onoro della mia presenza, però non mi dovete rompere le scatole”. I politici, come succede sempre con le cose del mondo, ne hanno capito le potenzialità in ritardo, ma alla fine ci sono arrivati pure loro. Apprezzando peraltro l’assenza della par condicio. Che meraviglia. Nel caso di Giorgia Meloni, poi, Fedez è un interlocutore ideale perché in genere ha idee molto vaghe, e quindi può prender per buona qualsiasi cosa gli venga data in pasto dall’ospite.
Anche gli aspetti tecnici tipici del format contribuiscono a questa vaghezza: alcuni milioni di anni di evoluzione hanno portato un po’ tutte le specie – noi compresi – a sviluppare occhi distribuiti lungo un asse orizzontale, destra-sinistra e non, invece, alto-basso, sarà per il fatto che viviamo su una superficie piana e non impilati come mattoncini. Questo fino all’introduzione degli smartphone, che in realtà avrebbero al loro interno un comodissimo accelerometro che consente di ruotare lo schermo per visualizzare meglio certi contenuti, ma siccome agli utenti pesano il culo e a quanto pare pure i polsi è diventato standard, alla faccia di Darwin, il raccapricciante formato verticale. Mentre durante una diretta televisiva il regista può alternare primi piani ravvicinati, campi e controcampi con inquadrature più ampie in cui contemporaneamente si può vedere sia la reazione dell’intervistato che quella dell’intervistatore, restituendo così l’impressione di un effettivo scambio, nei podcast video il rettangolo è troppo stretto e quindi per la maggior parte del tempo si inquadra un personaggio per volta: non è una messa in scena con più attori, e nemmeno uno scambio (forse andrebbero inquadrati come nel tennis, uno di spalle e l’altro in fondo), no, è un gioco a turni. Vediamo quindi il podcaster che chiede qualcosa, ma non vediamo se l’intervistato gradisce o no la domanda; poi vediamo l’intervistato rispondere, ma non sappiamo che faccia sta facendo l’intervistatore nel frattempo. Se uno spiega che gli piace picchiare le vecchiette, lo può fare indisturbato. Il Maurizio Costanzo Show, che funzionava anche per il senso di coralità restituito da una decina di ospiti schierati su un palco, che reagivano gli uni agli altri, nel maledetto formato verticale semplicemente non sarebbe possibile. E nemmeno il cinema, che forse è il motivo per cui la gente non ci va più (ma questo sarebbe un altro discorso).
Alla fine, perdonate la provocazione, viene da dire che è meglio Bruno Vespa. Sul serio. Vespa è l’archetipo del giornalista brutalmente fazioso, ma la sua faccia, con tutte le sue sgradevolezze, è un elemento fondamentale per la comprensione di ciò di cui si sta parlando. Le dinamiche che si innescano tra lui e il malcapitato di turno che gli siede davanti sono un elemento informativo cristallino, si potrebbero quasi capire i termini della discussione anche tenendo il volume a zero. E se proprio Vespa non va bene, allora ridateci le tribune politiche con le grisaglie, lì almeno ogni tanto qualcosa succedeva. Invece, per citare un caso recente, delle bestialità che un paio di settimane fa erano scappate a Vincenzo Schettini proprio durante uno dei podcast più seguiti, colpisce non solo il contenuto, piuttosto aberrante, ma la reazione di Gazzoli che conduceva l’intervista: non pervenuta, appunto. Non che le interviste accomodanti siano una novità, Meloni stessa ne ha fatta più d’una anche di recente, ma qui siamo a uno nuovo stato dell’arte, nel senso che già nascono per essere così.
Sempre per stare all’attualità, giusto l’altro giorno Tajani ne ha detta una grossa (più d’una, in realtà) lanciandosi durante un talk televisivo in uno spericolato parallelo tra i missili iraniani e i morti a Crans-Montana: la conduttrice è sbacalita e gliel’ha fatto notare, in un podcast probabilmente sarebbe passata in cavalleria. Infine, quanto all’entusiasmo degli esperti di comunicazione, spesso sedicenti progressisti e che hanno quasi sempre per clienti i partiti di sinistra, prima o poi andrà fatta una riflessione su tre decenni passati a glorificare la comunicazione che semplifica, che fa disintermediazione, che parla alla pancia, da Berlusconi (e Bossi, a proposito) passando per la bestia di salviniana memoria e arrivando a oggi, inseguendo qualsiasi moda anche la più cretina, fino appunto ai podcast: i risultati sono lì da vedere.
Si tratta, forse, di un segno della direzione verso cui tutto si sta muovendo, a partire dall’informazione intesa come attore democratico che dovrebbe aiutare i cittadini a orientarsi nelle faccende importanti. Alla vigilia di un referendum su una riforma costituzionale, che poi era il motivo che ha spinto la Premier a far visita a Fedez, viene da chiedersi quanto contino le brutte leggi che i Governi sono in grado di produrre, e quanto invece non contribuisca al peggioramento generale un semplice, ma costante, scivolamento delle pratiche, un aggiustamento che sembra riguardare solo questioni secondarie ma che in realtà va nella stessa direzione, quella di un intorpidimento collettivo. Sul quale, purtroppo, ai cittadini non è nemmeno richiesto di esprimersi con il voto.

