Giorgia chi molla
Le Bolle di Ossigeno, la rubrica settimanale del direttore Paolo Cosseddu
«Io ho moltissimi difetti, tranne uno: non sono una persona abituata a scappare. Non scappo da missioni sconsigliabili per ragioni di sicurezza, non scappo davanti ai problemi, non scappo di fronte alle mie responsabilità»: “boia chi molla”, del resto. E ancora: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo», che ricorda quell’altro, “se avanzo seguitemi, se indietreggio sparatemi”. La formulazione è differente, ma il succo no: “credere, obbedire, combattere”, “vincere, e vinceremo!”, perché “chi osa vince”, e “fermarsi significa retrocedere”.
“Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”, questo invece è un rimando che non è stato evocato, nel passaggio di Giorgia Meloni in Parlamento, perché tutta questa voglia di immolarsi a quanto pare non ce l’ha. Anzi, possiamo infine dire che – salvo sorprese – le sue parole chiudono lo scenario di elezioni anticipate riguardante il suo esecutivo e di cui si è parlato nelle ultime due settimane, dopo il voto referendario. La scelta era tra due opzioni: provocare la crisi del proprio Governo e votare subito, senza doversi sobbarcare la gestione dell’emergenza in corso, o rimanere in sella col rischio di farsi logorare. La prima sarebbe stata vista come una fuga, ammesso e non concesso che Mattarella la consentisse invece di trovare invece qualche maggioranza alternativa, per quanto alchemica, in nome appunto della responsabilità istituzionale: quello del Papeete di Salvini è un precedente piuttosto chiaro, in tal senso. La seconda è rischiosa, perché è difficile che le cose possano migliorare, le risorse per distribuire mancette non ci sono e la situazione internazionale è fuori controllo. Però non si sa mai, intanto si resta lì, e tanto basta. “Lei” ha già provato a rilanciare con un piano per l’emergenza abitativa, ma come diceva sempre “LVI”, “a tutto il popolo italiano una casa”, e sappiamo come è andata a finire.
Ce la teniamo, la Meloni, almeno per ora, con un mezzo sospiro di sollievo da parte dell’opposizione che palesemente non era affatto pronta: e chissà se lo sarà mai, a furia di cincischiare. Peccato, perché si potrebbe approfittare dell’evidente cambio di fase. Provocata dall’esito referendario, certo, ma capitata come capitano sempre le cose in questo Paese: un giorno tutti ti acclamano, e il giorno dopo non lo fanno più, anche se fai esattamente le stesse cose che facevi prima. Si rompe la magia, la sospensione dell’incredulità. Vista da sinistra, Giorgia Meloni è sempre sembrata rancorosa, doppia, inconcludente, anche quando altrove era lodata per la sua grinta e le sue capacità equilibristiche. Il suo discorso in Parlamento non è diverso da quello che avrebbe potuto fare in qualsiasi altro momento della legislatura, anche in passaggi decisamente più sereni e favorevoli, ma alla fine forse il problema, il difetto che è comune a tutti i leader, nessuno escluso, è quello di non poter essere diversi da come sono. Non importa cosa accade, non conta quanto i fatti possano deflagrare nella realtà, a quanto pare in politica nessuno impara nulla, nessuno è in grado di cambiare. E quindi, anche di fronte a un sistema globale divenuto all’improvviso pericolante, Giorgia Meloni non può e non sa fare altro che andare davanti al microfono e dire le stesse cose che avrebbe detto ieri. Al che sempre più persone, giustamente, si ritrovano a chiedersi: ancora? Tutto qui?
Lei non se ne rende conto, ma dicendo che non molla, il messaggio che passa è che ha già mollato, o peggio, che invece sarebbe di gran lunga meglio se mollasse. “Chi non è con noi è contro di noi”, diceva sempre “quel” tale, salvo che a un certo punto non erano poi rimasti in molti, che non fossero contro. “Durare sino alla vittoria, durare oltre la vittoria”, invece, forse è un comandamento che non va preso troppo alla lettera, va interpretato, così come tutti gli altri motti di quel Ventennio che in realtà, alla prima occasione, furono clamorosamente smentiti dalla codardia di chi li pronunciava: non si molla, al limite si galleggia.

